RECENSIONI  "polvere"

 

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Paola Verde

 

Sono nata nell’anno in cui nacque il punk.
Mi sono laureata in architettura. Vivo a Milano.
Le periferie sono il mio centro, il cuore dove nasce ogni mia ricerca fotografica, artistica e sperimentativa.

 

Queste sono le città invisibili.

 

acciaierie falck - sesto s.g. (mi)

 

 

Luoghi della rivoluzione industriale, i nostri monumenti del moderno, archeologie di un passato che parla di lavoro e di fatica e di operai. Sono i luoghi della nostalgia e della polvere, del silenzio e dell’immobilità, dello scorrere del tempo. I luoghi del sublime, del proibito, del vietato l’accesso ai non addetti ai lavori, per questo ancora più affascinanti e misteriosi. Sono i luoghi delle periferie, dei margini, dei bordi, dei confini. Delle vite al limite, della desolazione, delle mescolanze, dei contrasti. Dei bianchi nitidi e dei neri forti. Della lontananza dal centro, che rifiuta le diversità, tendendo all’omologazione. Sono le cattedrali della periferia che muta, cicatrici nella città che velocemente le cancella. Resta solo la polvere tra giochi di luce delle finestre infrante, lo sfumare in foschia di una ciminiera, la ruggine che cola dalle pareti, la storia che si scorda, la città che si trasforma.

   

www.paolaverde.it
info@paolaverde.it

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Davide Prato

 

Lo sapevate che Davide Prato nasce a Saronno nel 1979 e per il momento vive tra Como e Milano? Oltretutto lavora nel mondo dell'informatica e spesso suona in sala prove con gli amici. La faccenda potrebbe fermarsi qui, ma volendo scendere di più nel torbido, non tutti sanno che la sua passione per la fotografia ha origine dal desiderio di fotografare scenari urbani, insetti e sè stesso nei momenti più disparati della giornata, confondendo spesso i tre soggetti. Qualche anno fa scopre casualmente una struttura abbandonata vicino casa sua. Incuriosito dal cartello "Divieto di accesso, pericolo di morte" decide di entrarci. Esce subito fuori, per tornarci con una macchina fotografica. Da quel momento in poi non ha più staccato la macchina fotografica dalla mano, riuscendo ugualmente a mangiare il pollo senza le posate.


acciaierie innocenti - milano

 

 

Talvolta emergono ricordi tangibili materiali, marci e sbocciati , come fiori lugubri nascosti nel tessuto metropolitano: gli interminabili corridoi che trapassano le strutture di cui è rimasto lo scheletro di cemento, per terra macerie e lamiera, amianto sfilacciato in fuga dai vetri, dalle tubature; la pioggia entra dovunque, allaga, riflette gli squarci di cielo nei soffitti; l'operaio che ci lavorava non avrebbe mai concepito una simile metamorfosi. Forse.

È il respiro dell’oblio che genera scenari apocalittici di affascinante distruzione.

   

www.prato79.it
davide@prato79.it

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Fulvio Romiti

 

Nasco nel 1987, a Gennaio, a Modena, dove la prima è un'indicazione di tempo e la seconda di luogo, già. Elementari, Medie, Liceo scientifico; non ho ricordi di un Asilo ma credo di averlo frequentato. Attualmente presenzio alle lezioni del secondo anno di Lingue e Letterature Straniere a Bologna, ma non so se questo sia il vero nome della facoltà.
Fotografo da circa due anni, prima analogico poi digitale. Al di fuori delle fabbriche e dei luoghi abbandonati in genere non credo che fotograferò mai nient'altro.
Non esiste soggetto migliore al mondo.

 


centrale elettrica fusina (ve)

 

 

Nelle nostre città la ciminiera è stata elemento caratterizzante paesaggistico per almeno un secolo. Ora che molte di queste cadono e che gli opifici ai loro piedi vengono sostituiti con non luoghi per eccellenza (supermercati, parcheggi, centri direzionali), i pochi superstiti, abbandonati al loro destino, rappresentano il manifesto logoro di un'identità sociale che va via via dissolvendosi. Ai paesi che attorno a quelle fabbriche sono cresciuti e hanno prosperato, non rimane più nulla con cui identificarsi, privandosi delle proprie radici hanno perso la loro storia.

   

www.flickr.com/photos/wenevereverlied
odrugo@gmail.com

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NON SOLO POLVERE

di Roberto Mutti

C'è una sorta di fascino metafisico nelle fabbriche dimesse e negli edifici abbandonati, come se i luoghi siano impastati di una realtà da cui non si vogliono separare, come se i muri, le finestre, i soffitti abbiano acquisito una "memoria" che credono di avere il compito di conservare.
Naturalmente le cose non stanno proprio così, perché siamo noi con il nostro sguardo e le nostre riflessioni a proiettare su quei luoghi le nostre considerazioni sulla storia, sulla capacità di conservazione del passato, sui segni ineluttabili del tempo.
Eppure in quei luoghi un tempo frastornanti dal rumore, ora si cammina lentamente e ogni passo si fa sentire e solleva una polvere insidiosa e fine. Deve essere per tutto questo che tre giovani fotografi, Davide Prato, Fulvio Romiti, Paola Verde hanno scavalcato muri, sfidato divieti, allargato reti, lottato contro il tempo per entrare in quei luoghi prima che le ruspe della normalizzazione li cancellassero definitivamente.
C'è qualcosa di struggente in questa sfida, in questa voglia di cercare fra le pieghe del passato perché i tre sapevano bene che avrebbero ottenuto immagini di rara bellezza.

Basta seguire le loro tracce fotografiche per farsi trascinare in  interni dove l'ampiezza degli spazi produce effetti spettacolari: le grandiose campate che si perdono in un tetto sfondato oltre il quale si intravede il cielo sembrano le navate di una cattedrale bombardata, mentre un tappeto di funghi cresciuti sul pavimento di un'ala della Falck acquista un qualcosa di sinistro, come se ci si trovasse fra le rovine di una civiltà scomparsa.
Lo sguardo si muove circospetto, si sofferma su una finestra, un pilone, una sequenza di archi che ricorda l'attenzione per i particolari architettonici che caratterizzava le vecchie fabbriche, poi segue la linea slanciata di una ciminiera che ancora punta inutilmente verso il cielo.
Ci si addentra seguendo una fuga di stanze: la luce entra attraverso le vetrate rotte e getta il segno netto delle sue geometrie sulle pareti, oppure spiove dall'alto e illumina i muri di una ex cartiera ancora intrisi di polveri verdi, gialle, rosse.
I fotografi sono bravissimi, riprendono l'insieme con la determinazione di chi vuole catturare le atmosfere, ma poi non trascurano i particolari perchè sanno bene che questi sono i punti in cui l'attenzione maggiormente si concentra e sa trasformare un elemento insignificante in una metafora.
Avanzano come un robot lunare e si trovano di fronte a un bidone rovesciato da cui da tempo è fuoruscito chissà quale liquido ora solidificato, a una scala che punta verso chissà che cosa, a un portone chiuso, a un orologio dalle lancette immobili che proietta la sua ombra. Poi, basta entrare nella stanza di un ex manicomio per trovarsi di fronte a una sedia sgangherata che pure ancora troneggia in mezzo. Chi si è seduto lì per l'ultima volta, a chi parlava, chi l'ascoltava sono domande inutili ma inevitabili.
Volgi lo sguardo attorno, vedi il  mescolarsi dei colori che resistono sulle chiazze dei muri sul legno degli infissi, sugli oggetti dimenticati qua e là e ti accorgi che sei in un luogo dove anche la polvere non è grigia.

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POLVERE

un viaggio nell'archeologia industriale

fotografie di Davide Prato, Fulvio Romiti, Paola Verde

Vernissage sabato 24 marzo dalle ore 18.00 a mezzanotte

La mostra rimarrà aperta dal martedì al sabato dalle ore 16.00 alle ore 19.30 fino al 6 aprile

 

ZEROLOGICO

Centro culturale

Via Anfossi, 8

20135 Milano

Tel: 347 93 72 459

www.zerologico.it

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